Comitato Scientifico

Viti geneticamente modificate: la scienza cambia le carte in tavola

Raffaele Testolin, professore di frutticoltura e risorse genetiche presso l’università di Udine, co-fondatore dell’Iga (Istituto di Genomica Applicata) e membro del Comitato Scientifico di Rive 2017, entra nel cuore della genomica applicata alla viticoltura, parlando di cisgenesi e genome editing per ottenere viti resistenti. Seconda parte, prima parte qui.
Parlare di viti geneticamente modificate è come presentarsi nelle vesti di San Sebastiano: eccomi qua. Trafiggetemi! Eppure deve essere possibile parlarne, senza che si formino immediatamente due schiere di armati pronte allo scontro. L’esordio degli organismi geneticamente modificati non è stato un buon esordio e sarà la storia a dire dove sono stati gli errori. Non voglio parlare di questo, bensì portare all’attenzione del lettore un fatto. Mentre la ricerca produceva 13.000 papers dibattendo pro e contro gli OGM e invocando ora il rispetto delle evidenze scientifiche ora il principio di precauzione, la scienza ha cambiato le carte in tavola.

OGM, cisgenesi e ‘genome editing’
La soia ‘round-up ready’ è del 1994, mentre le prime viti trasformate con successo sono della fine degli anni ’90. Da allora, ci sono state almeno due evoluzioni-chiave nella manipolazione del DNA delle piante: l’uso nella trasformazione di geni presi dalla stessa specie o da specie affini (cisgenesi) e  la modifica della sequenza del DNA di una pianta senza lasciare materiale estraneo (genome editing). Mentre con la cisgenesi si ottiene sostanzialmente un organismo geneticamente modificatose ci rifacciamo al concetto di OGM come viene inteso dalla comunità scientifica e dal legislatore (Direttiva 18/EC del 2001 del Parlamento europeo), con il genome editing otteniamo la modifica di una sequenza di DNA nel genoma di una pianta, in maniera del tutto analoga a quello che avviene in natura. A volte la modifica è limitata ad una sola base che ‘accende’ o ‘spegne’ un gene, senza che nella pianta resti DNA estraneo. E allora ecco il paradosso. Se in passato le paure riguardavano principalmente le componenti del costrutto che veniva inserito e dove veniva inserito e generavano apprensione nelle persone che si opponevano agli OGM, il genome editing – ironia della sorte – genera preoccupazione nella comunità scientifica per la facilità con cui le modifiche possono essere fatte anche in piccoli laboratori e per l’impossibilità di riconoscere queste piante modificate rispetto a quelle da cui sono state ottenute, oltre che per la mancanza di regolamentazione di queste nuove tecnologie.

Vecchie varietà di vite modificate
Tradizione e cultura sono patrimonio prezioso della civiltà umana, ma a volte contrastano con le leggi della natura e della biologia. Se abbiamo il dovere morale di conservare i monumenti e le testimonianze del passato, allora conservare le vecchie viti come se fossero dei monumenti ‘biologici’ può non avere senso. Difficilmente le varietà coltivate possono sperare nell’immortalità. (lotta per la sopravvivenza, come dice Darwin) è la dura legge della natura. Vale anche per la vite. Abbiamo appena visto, tuttavia, che le nuove tecnologie di manipolazione del DNA ci fanno intravedere la prospettiva di mantenere le varietà di vite storiche, risultato di cultura e tradizione (cultural heritage), rendendole per esempio resistenti con interventi molto limitati sul genoma, che non lasciano praticamente traccia dell’evento e rendendole in tal modo adatte ad una viticoltura sostenibile.

Take the message home
Pensando ad una piattaforma varietale per una viticoltura sostenibile, possiamo sposare la strada della trasformazione delle vecchie varietà con tecniche, per esempio, di genome editing o sposare la strada delle nuove varietà resistenti ottenuti con le tecniche di incrocio e selezione tradizionali, come abbiamo visto in un post precedente.Nel primo caso avremo i vini che conosciamo; nel secondo caso avremo nuovi vini con profili aromatici assolutamente nuovi. Le due strade possono anche correre parallele: sicuramente ciò porterebbe maggior ricchezza, maggior diversità genetica e maggiore sostenibilità nel lungo periodo. Non ci sono altre strade se non quella dei pesticidi. Ma su questa l’Unione europea ha detto basta. A dire il vero una terza cartuccia ce l’avremmo e sarebbe quella di lavorare di più sul versante del patogeno, spuntandogli le armi (riconoscimento dell’ospite ecc.). Ma su questo tipo di ricerca investiamo ancora troppo poco. Peccato.