Comitato Scientifico

Dove va la viticoltura italiana?

Un contributo del professor Attilio Scienza, Dipartimento Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università di Milano, al dibattito sul profondo cambiamento che sta interessando la viticoltura in Italia.

Una fase di profondi cambiamenti per la viticoltura italiana

Bastano pochi dati per comprendere che la viticoltura del nostro Paese sta attraversando una fase di profondi cambiamenti, forse i più importanti dallo scandalo del metanolo degli anni ’80. Vicino a fenomeni noti da tempo, quali la diminuzione dei consumi interni (per fortuna compensati dall’aumento delle esportazioni) e la contrazione delle superfici a vigneto (negli ultimi 15 anni si è perso il 20% della superficie), si evidenziano alcune tendenze che avranno un forte impatto sulle caratteristiche strutturali della viticoltura italiana dei prossimi anni.

Le cause del cambiamento

Le cause sono molteplici e vanno in gran parte ricondotte ai processi di globalizzazione ed internazionalizzazione che investono i mercati mondiali del vino. Dagli anni ‘80, la concorrenza del Nuovo Mondo ha imposto profonde modificazioni nello stile, nell’immagine e nei prezzi dei vini, grazie anche alla notevole spinta degli opinion leader e dei mezzi di comunicazione d’oltreoceano.

La necessità, soprattutto da parte della GDO, di adeguare le caratteristiche dei vini alle continue richieste dei nuovi mercati al di là degli standard qualitativi dei vini tradizionali, unitamente alla flessione dei prezzi dei prodotti base, ha spinto molti Paesi come Cile, Argentina, Sud Africa e la stessa Spagna a privilegiare le esportazioni come sfuso.

Il vino, da prodotto a commodity

Sempre più il vino diventa una commodity, con tutte le conseguenze sul piano della concorrenza mondiale e dei prezzi.

La proposta di vini “alternativi” (biologici, biodinamici, naturali, estremi, orange, etc.) non ha modificato sostanzialmente la qualità dell’offerta, rimanendo confinata in piccolissime nicchie. L’Europa e l’Italia, in particolare, hanno cercato di reagire con notevole impegno con la riscoperta dei vitigni autoctoni e con la valorizzazione dei contenuti evocativi del terroir, ma solo poche varietà e poche denominazioni sono riuscite ad imporsi con successo.

Le multinazionali dell’alcool entrano nel mondo del vino

Un fatto nuovo, rappresentato dell’ingresso delle multinazionali dell’alcol nel mondo del vino, sta modificando profondamente lo scenario internazionale. Il processo di riorganizzazione delle multinazionali si realizza attraverso fenomeni di concentrazione dei marchi e joint-venture tra grandi produttori e reti distributive, mentre a livello produttivo l’adozione di una filiera integrata (corta) consente di razionalizzare i costi, separando la produzione dell’uva dalla sua trasformazione (con forme di leasing delle cantine) e con una comunicazione basata sui vini di vitigno.

La massimizzazione dei profitti si realizza al di là degli interessi locali o nazionali ( dando poca importanza alle Denominazioni d’Origine) e valorizzando, per contro, i contenuti comunicativi dei marchi storici. Questi processi di acquisizione coinvolgono sempre più anche le aziende italiane. Molti ritengono questi scenari lontanissimi dalla realtà quotidiana e li valutano, di conseguenza, con un certo distacco. I loro effetti invece stanno trasformando molto rapidamente la viticoltura del nostro Paese.

Tutti i dati della trasformazione

Per comprendere la portata di queste affermazioni si può partire dall’analisi di alcuni indicatori, disaggregati per Regioni: valore delle Dop, fatturati delle cantine sociali, propensione all’export, evoluzione delle superfici vitate, destinazione nel mercato interno dei vini sfusi e i vitigni maggiormente propagati dai vivaisti.

La realtà ci presenta due Italie nettamente distinte che viaggiano con velocità molto diverse. Pochi dati ci fanno comprendere chiaramente che la nostra viticoltura si sta polarizzando su tre o quattro regioni del centro-nord. Mentre la Sicilia, la Calabria ed il Lazio hanno rispettivamente perso dal 2000 al 2015 il 26, 44 e 36% della superficie vitata, nello stesso periodo Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige hanno incrementato il loro potenziale viticolo rispettivamente del 10, 22 e 10 %.

Le ragioni del successo del nord Italia nella viticoltura moderna

Alla base del successo di queste Regioni troviamo la capacità di “fare squadra”, l’appoggio delle pubbliche Amministrazioni, il supporto della ricerca ed il ruolo della formazione dei tecnici, ma soprattutto il grande spirito imprenditoriale degli operatori che hanno saputo investire sui mercati internazionali attraverso la valorizzazione dei marchi e dei vini più famosi dei rispettivi territori (su tutti le grandi Denominazioni della Toscana, del Veneto e del Piemonte), sui vini da vitigno come il Pinot grigio e il Prosecco, molto apprezzati dai mercati più ricchi e praticamente senza concorrenti, con politiche di prezzo talvolta spregiudicate ma che sono apparse vincenti sui grandi numeri.

Questa situazione ha favorito il rinnovo e la crescita dei vigneti, gli investimenti in innovazioni viticole ed in tecniche di cantina, il potenziamento dell’offerta turistica legata al vino ed il ritorno dei giovani in agricoltura.

Il resto d’Italia
E il resto dell’Italia? Il mondo delle piccole denominazioni e delle micro aziende, soprattutto delle Regioni meridionali, si atomizza e lentamente scompare. Pur facendo le debite distinzioni tra zona e zona, si evidenzia in generale un invecchiamento dei vigneti: il tasso di rinnovo annuale è sotto la soglia di sicurezza per il mantenimento del potenziale viticolo nazionale.

Emergono, per mancanza di risorse e per la grande frammentazione delle iniziative, la difficoltà a comunicare i valori dei territori e dei vitigni autoctoni all’estero e, soprattutto, si registra una progressiva erosione del reddito dei viticoltori, vere vittime della situazione.  

È su questo aspetto che devono concentrarsi gli interventi per una rinascita. La conseguenza più grave di questo stato di cose è l’erosione della viticoltura delle regioni meridionali del nostro Paese, con il rischio di perdere irrimediabilmente la cultura e le tradizioni più profonde di interi territori viticoli.

Non è facile proporre soluzioni e rimedi, ma è necessario ripartire dalla viticoltura, per renderla più competitiva, anche nei riguardi del cambiamento climatico, sul piano della razionalizzazione delle tecniche di produzione per abbassare i costi ed aumentare la produttività per ettaro.

 

Finanziamenti regionali: una prima spinta?

Le opportunità di finanziamento offerte dalle misure dei PSR (es. la Misura 16.2) nelle varie Regioni italiane potrebbero rappresentare un contributo importante anche sul piano psicologico, per instillare nei produttori una rinnovata fiducia attraverso nuove alleanze lungo la filiera. A livello commerciale, soprattutto sui nuovi mercati orientali, l’Italia dovrebbe presentarsi prima come Paese e poi come singole Regioni, evitando di dare l’immagine di un coacervo di enti, consorzi, organizzazioni ed aziende singole, o di presentare vitigni, territori e vini senza un progetto unitario di riferimento.

Un buon esempio in tal senso è rappresentato dalle strategie di promozione dei vini attuate dalla Nuova Zelanda in Cina. Forse le recenti proposte di collaborazione tra ICE, Vinitaly, UIV e Federvini rappresentano una decisiva inversione di tendenza rispetto al passato.